Don Calogero

Molti anni fa, Romualdo lavorava come direttore di banca ed era divenuto casualmente amico di Don Calogero. L’aveva conosciuto quando era appena uscito dal carcere. Si era presentato alla sua filiale e gli aveva chiesto di poter depositare alcuni milioni di vecchie lire. Romualdo aveva preteso precise referenze e ogni altra informazione necessaria. Dopo vari incontri quindi, Don Calogero aveva deciso di narrargli la sua storia:
   “Facevo parte di una cosca mafiosa e non mi mancavano sulla coscienza vari delitti. Un giorno mi trovavo con mio compare Pippo vicino casa e improvvisamente fummo avvicinati da un’auto. Ne scesero tre mafiosi e ci fecero salire a forza, sotto minaccia di pistole. Cercammo di reagire, ma capimmo che non avrebbero esitato a sparare. Erano in quattro compreso il guidatore che accelerando, uscì dalla città e si diresse molto lontano verso una zona montagnosa. Non capivamo le loro intenzioni, sapevamo solo che appartenevano a una cosca nemica.
Dopo circa tre ore di strada, ci fermammo in una landa desolata e circondata da montagne. Ci fecero scendere dall’auto e ci condussero dietro una rupe. Dietro di questa si apriva una grotta sotterranea. Ci spinsero dentro violentemente e ci colpirono con il calcio delle pistole. A questo punto, presero a chiudere la grotta dall’esterno con dei grossi massi e con della calce.
Era tutto chiaro: avevano deciso di toglierci di mezzo con il vecchio sistema della Lupara bianca. Ci facevano scomparire. Saremmo morti lì dentro, murati vivi!
Eravamo completamente storditi, ma dopo un po’ capimmo ciò che stava accadendo e cominciammo a urlare, ci precipitammo barcollando contro i massi cercando di non fare bloccare l’uscita. Davamo calci e pugni, ma fu inutile. In breve tempo avevano chiuso e murato l’apertura della grotta.
Il nostro destino era segnato! Un destino orribile: morire come topi in trappola. Non avremmo potuto né mangiare, né bere. Vi era solo qualche spiraglio di luce e d’aria, ma la morte ci attendeva soprattutto per mancanza d’acqua. Eravamo disperati, terrorizzati, non saprei ripetere e descrivere quel che si provi a vedersi chiusi per sempre e senza speranza. Credo avessimo gli occhi usciti fuori dalle orbite e le nostre voci erano grida orrende di raccapriccio e d’orrore!
Continuavamo a tempestare di calci i massi, ma erano stati bloccati con la calce, dunque era impossibile che si spostassero minimamente. Ci aggrappavamo a quelle pietre, cercando gli spiragli di luce e continuavamo a urlare. Non si può capire cosa significhi essere rinchiusi sottoterra. Ogni umana immaginazione non potrà mai realizzare concretamente quella sensazione di soffocamento, d’impotenza, di seppellimento, di perdita di ogni libertà. Davvero sembra d’impazzire! La reclusione nelle carceri degli uomini, in confronto, pare un gradito soggiorno in un albergo di lusso.
Piangevamo e ci disperavamo. A poco a poco, ci rendevamo conto di doverci rassegnare a morire. Ma allora avremmo preferito un colpo secco d’arma da fuoco e farla finita per sempre.
Dalla luce che filtrava, riuscivamo a capire solo l’alternanza del giorno e della notte. Sicuramente passava abbastanza aria di ricambio per permetterci di respirare.
Per i primi due giorni cercammo di non pensare alla sete. La fame quasi non la sentivamo. Al quarto giorno capii che Pippo non resisteva più, la sete lo stava straziando e cominciava a dare segni di follia. Anch’io mi sentivo assetato e volevo morire.
Al quinto giorno il mio compagno crollò a terra e iniziò a lamentarsi, poi perse conoscenza e ricordo di avere provato invidia nei suoi confronti.
Eppure quando ormai ogni forza mi stava abbandonando, come in sogno, udii dei rumori provenire dall’ingresso della grotta. Stavano cercando di rimuovere i massi. Mi trascinai a stento là vicino e cominciai a lamentarmi. I rumori si fecero più forti. Davano dei violenti colpi di piccone sulle pietre ed esse a poco a poco, cominciarono a sgretolarsi.
Con quel poco di voce che mi restava, chiesi implorando dell’acqua. Poi credo di aver perso i sensi.
I nostri soccorritori erano stati i Carabinieri che erano venuti a cercarci. Infatti, erano stati avvisati da un anonimo pastore che, non visto, aveva assistito alla scena del seppellimento. In un primo tempo, non aveva detto nulla per paura. Poi preso dal rimorso di coscienza, aveva voluto avvisare le forze dell’ordine. L’aveva fatto appena in tempo a salvare me, ma purtroppo non si salvò Pippo che già si trovava in grave stato di disidratazione. Morì di lì a qualche giorno. Io fui riconosciuto e condannato a trent’anni di carcere. Ne ho scontati solo venti per condono e buona condotta. Dentro il penitenziario ho appreso a fare il falegname e ho venduto i mobili che fabbricavo. Ho guadagnato dei soldi onestamente per la prima volta nella mia vita.”
Negli anni della detenzione sua moglie e i suoi figli erano stati uccisi dalla cosca rivale. Don Calogero aveva depositato i suoi milioni nella banca di Romualdo e questi l’aveva aiutato a fare buoni investimenti. Però non aveva più a chi lasciare quei soldi, allora gli aveva consigliato di fare dei lasciti per opere di carità. Don Calogero l’aveva ascoltato e non era mai stato tanto felice come quando aveva firmato le carte in cui sottoscriveva un lascito per i bambini malati di leucemia.